domenica 22 aprile 2012
Mestieri estinti: Guarda fili
giovedì 12 aprile 2012
Lo Spacca pietre
Era colui che in passato, esercitava il mestiere di spaccare le pietre per ricavarne il pietrisco usato in lavori di pavimentazione stradale. Mestiere duro e pesante, decisamente monotono, costringeva a restare curvi ed a battere con un pesante martello (mazzotto) su pietre di media dimensione, per ridurle a brecciame piú o meno sottile con cui pavimentare a secco i piani stradali, (lu bracciali o meglio brecciali), creando anche un piano di drenaggio. Esposto a tutte le intemperie, protetto da una paglietta o da copricapi precari e di ripiego (bandane, o fazzoletti annodati ai quattro lati), correva costantemente il rischio di essere ferito agli occhi da inevitabili schegge impazzite o di colpire, per inevitabile stanchezza, un dito della mano che teneva ferma la pietra da frantumare. Segni inequivocabili della sua fatica erano l’ingrossamento deformante (ipertrofia muscolare) del braccio che picchiava dall’alba al tramonto e la pelle del suo viso bruciata dalla canicola o dal soffio gelido della tramontana (… brilla il sole sulle membra affaticate dei curvi s. che martellano [Eugenio Montale]). Pochi minuti di intervallo, a mettà giornata, per consumare il modestissimo pasto portato da casa nella gavetta e per bere qualche sorso d’acqua dalla borraccia. Il lavoro veniva ricompensato non sul tempo impiegato ma sulla quantità di brecciame prodotto, ricavata da un’apposita misura. Il lavoro era povero di una povertà non solo esteriore ma anche interiore, la foto esprime un abbrutimento non solo materiale ma anche psicologico. La realtà sociale e il futuro di quei lavoratori era segnato, anche se la nobiltà di un lavoro che, seppure modesto, è comunque, un momento di nobilitazione umana, ma socialmente poco edificante. Ci ricorreva chi era disperato o in attesa di altra occupazione, anche se, qualcuno era costretto a lavorarci a vita!
martedì 10 aprile 2012
Foto spirtose
Piera Sinacori
Viaggio della Speranza
Soffrire di Glaucoma congenito, nel 1962, era una vero dramma, in special modo se si abitava nel profondo Sud. Questa sfortunata circostanza è capitata ad un nostro piccolo concittadino, che è stato uno dei primi, se non il primo, che ha usufruito, nella nostra comunità, di un "viaggio della speranza" verso uno dei Santuari Sanitari. Il piccolo nato il 26 febbraio 1962, presentò subito i segni della malattia, i genitori mamma casalinga e papà onesto lavoratore, non avevano i mezzi economici necessari per fargli effettuare il delicatissimo intervento chirurgico necessario, presso uno dei pochi centri al mondo capaci d'eseguire tale operazione chirurgica. La generosità del popolo mazarese di allora consentì che si realizzasse il sogno di ricoverare il piccolo in una clinica di New York dove, proprio un italiano, l'alcamese prof. La Rocca, si offrì di eseguirlo. Furono celermente raccolte delle somme di denaro. Un tempo le cose si facevano per bene, infatti, chi effettuava la questua veniva scortato dai vigili urbani, per suggellare la veridicità e l'ufficialità dell'evento (allora non vi era un grande sviluppo dei mass media). Il presidente della Regione offrì il contributo di 50.000 lire, una sottoscrizione tra gl'impiegati comunali fruttò 80.000 lire. Anche l'Amministrazione comunale dell'epoca si mise a disposizione, stanziando la somma di lire trecentomila, ma per motivi tecnici di cui non conosciamo le cause, la somma, al ritorno, non venne più erogata. Il piccolo con la mamma e un parente prossimo partì alla volta dell'America con volo sella compagnia di bandiera (che non volle offrire un biglietto gratuito). Fu operato gratuitamente dal prof. siciliano il quale, pur avendo eseguito un intervento tecnicamente perfetto, per le conoscenze chirurgiche dell'epoca, dimise il piccolo annunciando alla mamma che il bambino alla pubertà avrebbe perso la vista, cosa che regolarmente avvenne. il chirurgo si prodigò anche con il presidente italo-americano del Lavoro, il quale subito rispose "Caro dottore, faccia pure l'intervento, io m'impegno a raccogliere le spese di degenza, non importa quale sia l'ammontare". Il piccolo Giovan Battista Asaro, oggi un uomo di oltre cinquant'anni, è non vedente e fa il centralinista presso il nostro Comune. Il ritorno avvenne tramite una delle navi della Compagnia Costa che offrì gratuitamente il viaggio. Le foto che seguono sono un ricordo di una commovente avventura e della generosità di un popolo, quello mazarese, che nei momenti critici, riesce a trovare la sua anima altruista e nobile.
Qualche immagine della vita di Giovan Battista











































