lunedì 18 marzo 2013

Giovanni Paolo II

Il Papa nella Valle del Belìce
Dopo il terremoto del 1968 che colpì le popolazioni della Valle del Belìce, alle ore 8,37 di sabato 20 Novembre 1978, Giovanni Paolo II con un elicottero da Punta Raisi, dove era atterrato con un DC9 della Marina Militare, si reca nei pressi di Salaparuta dove l'attende una folla di centomila persone, proveniente dai paesi vicini. A dare il benvenuto mons. Costantino Trapani e i 28 sindaci della Valle, oltre alle altre numerose autorità militari e civili.


Giovanni Paolo II tra la folla




I sindaci della Valle del Belìce rendono omaggio a Sua Santità
Con il maestro Giovanni Alessi


Mons. Costantino Trapani, offre al papa la medaglia ricordo della visita alla Diocesi

Agrigento il 9 maggio 1993



“L’anatema contro la mafia di Giovanni Paolo II
Il Papa Giovanni Paolo II’ dopo aver incontrato in maniera privata Rosalia Corbo e Vincenzo Livatino, anziani genitori del piccolo giudice, rimase profondamente turbato. Il suo turbamento si sarebbe trasformato di lì a poco nell’anatema contro la mafia, quel “grido di dolore pubblico”, come ebbe Lui stesso a definirlo durante un’udienza pubblica a Roma in cui ha ricordato il suo appello nella Valle dei Templi.Questo il testo integrale dei passaggi più importanti:
“Che sia concordia! Dio ha detto una volta: non uccidere!
Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione… mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!”
“Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civilta contraria, civiltà della morte!”
“Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via, verità e vita.
Lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio!”

Parole dettate dal Cuore e dalla Passione di un Grande Uomo, un Grande Comunicatore, un Grande Pontefice passato alla Storia così come quell’anatema e si spera così come entrerà anche nella Storia della Chiesa la Testimonianza laica di vita del Giudice Rosario Angelo Livatino che da morto parla ai giovani e alle coscienze, ancora oggi dopo tanti anni dal suo assassinio, più di quanto non fece in vita con le sue sentenze ed il quotidiano agire.


Immagini relative ad incontri con Sua Santità con concittadini
22 gennaio 1981
I vescovi di Mazara e di Agrigento in pellegrinaggio dal Papa con una delegazione delle popolazioni della Valle del Belìce

La delegazione composta dai terremotati, da parroci e sindaci sella Valle era guidata dal nostro vescovo mons. Costantino Trapani e da quello di Agrigento mons. Luigi Bommarito. Si era recata a Roma per esprimere la gratitudine al pontefice per l'interessamento avuto tredici anni prima in occasione del terremoto e per illustrare le condizioni in cui erano ancora costrette a vivere le popolazioni della Valle.

Il vescovo di Mazara del Vallo legge l'allocuzione di omaggio al Santo Padre Giovanni Paolo II


Il Santo padre intrattiene il nostro vescovo sui problemi delle popolazioni della Valle del Belìce

Piazza San Pietro
Il sindaco Nicolò Vella e don Pietro Pisciotta in delegazione 

Vaticano
Don Vincenzo Aloisi, don Giuseppe Ponte, mons. Calogero La Piana 


Il maestro Giovanni Alessi e Sua Santità

Salvatore (Turi) Milone (cittadino mazarese)
Prefetto (a capo della Direzione nazionale della Polizia Stradale) consegna a Sua Santità un casco del corpo di P.S.

lunedì 11 marzo 2013

Una società editrice di avanguardia nella generosa Mazara del dopoguerra

È Stazio il “personaggio-guida” cui Dante affida le parole con le quali il poeta della Tebaide, rivolgendosi a Virgilio, riconosce in lui il maestro che gli ispirò l’amore per la poesia e che, per primo, gli trasmise la luce per trovare la via che conduce a Dio:

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sè non giova,
ma dopo sè fa le persone dotte
(Purgatorio, canto XXII: vv. 67-69)

È proprio dall’ultimo verso di questa terzina che Nino Sammartano trae lo spunto per dare abbrivio a quella che può definirsi una vera e propria impresa: costituire, nell’anno 1946, una Casa editrice a Mazara del Vallo. E quel verso diventerà il logotipo della nuova iniziativa. La Città vive il tempo desolato del dopoguerra e il pensiero preminente è quello della ricostruzione e della riorganizzazione della vita sociale. Ma l’entusiasmo non manca e l’idea di Nino Sammartano, una volta realizzata, diventa simbolo di rinascita, la metafora di una città che aspira a ritrovarsi e rifiorire attraverso la laboriosità dei suoi figli, accompagnata dalla consapevolezza dei valori testimoniati e tramandati dalla sua storia. Sono valori che hanno generato un vero e proprio elemento costituitivo del suo divenire, una qualità sostanziale della propria cultura fortemente legata a scuole prestigiose e maestri illustri. Mazara viveva in quegli anni una «fervida età aurorale», come ebbe a scrivere Filippo Cilluffo, una generosa stagione di rinnovamento.È così che accanto ad un recupero dell’attività agricola, allo sviluppo di un nuovo settore quale quello della pesca, ad un intenso attivismo edilizio e al sorgere di piccoli ma significativi poli industriali (pastifici, industrie conserviere del pesce, artigianato), nel 1946  nasce e si consolida la Società Editrice Siciliana (S.E.S.).
Docente di Pedagogia presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Urbino, autore di numerose pubblicazioni, pubblicista e fondatore di riviste a contenuto filosofico e pedagogico e, in seguito, commissario per venti anni dell’Istituto del Dramma Antico, figura di alto profilo umano e culturale, Nino Sammartano ha sempre mantenuto l’amore per la sua Mazara, ove si reca, quando può, per sostare nel suo “bel Gorgorosso”. Nell’ardua impresa viene affiancato da tre illustri mazaresi, Nino e Franz Vaccara con Mario Barracco. I Quattro versano un contributo pro-capite di 50 mila lire e la Società parte, dunque, con un capitale di 200mila lire, somma non indifferente per quei tempi. Accanto a loro Giuseppe Sammartano, sempre vicino al fratello cui lo legano sentimenti di affetto ed elette affinità.


La prima pubblicazione riguarda la ristampa di un classico della storiografia regionale, La Guerra del Vespro Sicilianodi Michele Amari; ed alla S.E.S. Nino Sammartano affida la pubblicazione di numerosi suoi testi quali I Pedagogisti dell’Età Umanistica, I Maestri di Porto Reale, Il Pensiero pedagogico di Platone, Idea e Storia di una Pedagogia dei Rapporti, per citare soltanto alcuni dei suoi scritti. E a Nino Sammartano fanno seguito autori illustri fra i quali piace ricordare Virgilio Titone, Nicola Petruzzellis, Giacomo Perticone, Aldo Testa, Raffaele Di Lorenzo, Bianca Magnino, Ugo Redanò, Castrense Civello, Francesco Biondolillo, Ignazio Scaturro, Ignazio Bascone, sia pure, quest’ultimo, con la ristampa di una sua opera sulla scuola elementare.
La Società Editrice Siciliana acquista via via fama e prestigio e in essa si affacciano alla ribalta giovani autori come Cosimo Gancitano con la Critica all’Estetica Crociana, Gianni Di Stefano con la prima raccolta di poesie Il Cipresso alla Riva, Danilo Dolci con le sueVoci nella Città di Dio. Vengono presentati profili e biografie di figure illustri, quasi dimenticate: Alessio Di Giovanni, Alfredo Cesareo, il poeta mazarese Vito Ballatore, il grande giurista e filosofo Ibn Hamdis. E continua naturalmente la pubblicazione di testi classici tra i quali primeggia il volume di Giovanni Meli, Poesie; viene dato alle stampe un testo storico di grande interesse, ripubblicato recentemente a cura di Rosario Lentini,Sicilia e Inghilterra di Tina Witaker Scalia.
La Società Editrice Siciliana compie un’opera senza pari nella Mazara del tempo, un’impresa culturale ineguagliata nei decenni che seguono, sino ai nostri giorni. Il 1960 segna l’anno della chiusura, dovuta principalmente a due motivazioni: l’assenza di persone che possano continuare l’opera intrapresa e la mancanza di interesse ed ausilio da parte degli organi istituzionali.In quell’anno Nino Sammartano cura la stampa di un catalogo che riepiloga le opere pubblicate in quindici anni di attività editoriale, 150 circa, e qualcuno si chiede il perchè di quel catalogo alla vigilia della cessazione. Il motivo è semplice: quel piccolo libretto giallo non è soltanto un catalogo, è soprattutto un testamento e lo scopo è quello di rendere un’ultima testimonianza dell’opera realizzata e del dono che poche persone hanno fatto alla città natale. Quel catalogo contiene, velatamente, anche l’auspicio che possano continuare a vivere nella Città i valori di pace, umanità, accoglienza, laboriosità e cultura dei quali è feconda la sua gente.
Tanto più che quel progetto editoriale conteneva una lungimiranza non comune, la capacità di guardare al Mediterraneo e di promuovere il dialogo tra le sponde, ma anche la luminosa intuizione di coniugare quello sguardo con la prospettiva dell’Unione Europea. Non è senza significato che nel 1948 la SES mandò alle stampe un libretto a firma di Amedeo Giannini, Unione europea, in cui si può leggere quanto segue: «Se l’Europa non vuol soggiacere al moto di dissolvimento che la fiacca e la mina, deve superare i malintesi ed unirsi, per non divenire una forza trascurabile nel mondo di domani (…). Il movimento di unione europea appare oggi una necessità, come non era mai apparso. Ed in esso, occorre appena rilevarlo, non può non avere una funzione di primo piano l’Italia, come non può non averla la Germania». Parole quanto mai attuali. Ecco, allora, che ricordare la Società Editrice Siciliana, nata in tempi difficili nel microcosmo di una città di provincia, e il farlo nel settantesimo anniversario della sua fondazione, si carica di un respiro più ampio, un respiro che supera i confini della Città stessa per assumere lo spirito e il significato di quella luce che Stazio ammette di riconoscere nell’Opera Virgiliana.
Dialoghi Mediterranei, n.21, settembre 2016

domenica 3 marzo 2013

Fenomenologia del presepe: dal cielo mesopotamico al paese degli Evangeli



di Antonino Cusumano
Non ho mai smesso di “fare il presepe”. Ogni anno, in luoghi diversi, in modi e forme diversi. Paesaggio e architettura di un luogo che appartiene alla mia infanzia come a quella di molti, il presepe è parafrasi di memorie familiari e di affetti domestici. Da bambino incrementavo la collezione dei pastori di cartapesta conservati dentro una grande scatola di legno investendo in prossimità del Natale i piccoli risparmi che mettevo da parte a questo scopo. La bottega ove mi recavo era sempre la stessa, che ricordo buia e stretta, e per questa misteriosa oscurità ancor più magicamente attraente. La visitavo spesso prima di prepararmi all’acquisto. La costruzione era un cimento che coinvolgeva tutti in famiglia e disordinava la casa, nella gioiosa ricerca di sugheri e muschi, di rametti e aghi di pino, di pietre, sabbie e vetri. Nulla di prezioso o di particolarmente elaborato era nell’uso dei materiali e nelle tecniche di allestimento, nulla di ingegnoso nell’impianto scenografico, nei giochi di luce a intermittenza, nei cieli di carta azzurri e stellati, nel ruscello di carta stagnola e nel laghetto ritagliato da un frammento di specchio. I sugheri erano disposti a simulare le balze di montagna, la sabbia ocra sparsa a immaginare il deserto, le fronde di alloro a coronare la capanna, screziata dai candidi fiocchi di neve sfilacciati dall’ovatta.

Lo spazio era sempre un angolo del soggiorno sgomberato per l’occasione, due tavole sorrette da una base ricoperta da un telo scuro. Un “recinto sacro” destinato ad essere animato una volta all’anno da casette e sentieri, uomini e animali. Il numero crescente dei pastori ne variava la composizione, la loro collocazione nella rinnovata ambientazione, ma immutati restavano il disegno complessivo, il nucleo narrativo, la fabula. Entro la cornice della capanna abitavano la Sacra Famiglia, il bue e l’asino, gli angeli e la cometa. Nel villaggio inventato in cui irrompeva l’epifania del Divino si dispiegava la dimensione quotidiana del vivere, l’umanità dei mestieri, l’immagine allegorica della comunità. La ricerca del verosimile declinava in soluzioni surreali. Ricordo la filatrice con in cima all’aspo un vero batuffolo di cotone. I trucioli di legno sparsi nella bottega del falegname. Sotto l’albero fatto di foglie di arancio non mancava mai il dormiente, sulla cima e nelle pieghe della montagna spiccava ben visibile lo spaventato. Due figure complementari e consustanziali dell’aura sospesa, del rapimento estatico, ovvero di quel sentimento dell’incantesimo che è sostanza e cifra essenziale della rappresentazione illusionistica, del sistema rituale, ludico e cosmogonico.

Nell’inconsapevolezza degli ingenui anacronismi non mi accorgevo dell’incongruenza del cacciatore col fucile tra l’arrotino e la lavandaia, del venditore di fichidindia nell’improbabile Palestina ove questa pianta non esiste. Né percepivo le sproporzioni tra l’altezza della statuina e la piccolezza delle casupole di corteccia, del Bambinello di cera più grande della stessa mangiatoia. Mi sfuggivano, in tutta evidenza, non solo i criteri dell’ordine di scala, ma anche e soprattutto i significati profondi del presepe che era negli occhi del fanciullo di allora un meraviglioso ed enorme giocattolo, un gioco fiabesco di costruzione mai finita, un boccascena plastico e creativo dell’immaginario. Una sorta di bricolage. Piccole mani muovevano ogni giorno i pastori lungo i percorsi come in una processione, i Re Magi carichi di doni erano piano piano spostati in una marcia di avvicinamento alla grotta, si aspettava la mezzanotte del 24 per deporre Gesù Bambino sulla bambagia della mangiatoia. Era dunque un teatro mobile, un racconto visivo e performativo, un’opera in progress, una scenografia canonica eppure cangiante per una sceneggiatura sottintesa e permanente. Era una fascinosa macchina compositiva, che raccoglieva e appagava i riti della finzione, le fantasie infantili, i desideri della famiglia.

A Natale in casa non entrò mai l’Albero addobbato con le palline di vetro colorate, i fiocchi, le decorazioni e i mille regali che oggi accendono le attese. La tradizione dei doni ai bambini era associata alla festa dei morti, alla strenna dei giocattoli e soprattutto dei canestri pieni di noci e caramelle, dei frutti di marzapane e del favoloso pupo di zucchero. Dell’intimità di quelle giornate invernali ricordo i geloni ai piedi per il freddo ma anche il valore e il calore della famiglia allargata, i penetranti odori di cucina, il profumo dei biscotti ripieni di fichi secchi appena sfornati. Della ricorrenza natalizia le novene erano le musiche che ne annunciavano l’avvento e il presepe l’immancabile appuntamento che si ripeteva eguale nelle sue sequenze, a partire dall’8 dicembre fino al giorno dell’Epifania. Un evento che nella sua reiterazione riteneva il senso della ciclicità del tempo, della sospensione dello spazio, della riproduzione della vita. Concetti irriflessi ed estranei all’ingenuità della fanciullezza, temi che avrei scoperto e studiato anni dopo nelle pagine degli antropologi.
«È il tempo ciclico che nel suo moto circolare ripercorre i suoi stessi passi e ne rinnova ad uno ad uno gli eventi, quelli della natura come estati e inverni, e quelli generati dalla storia o cultura. Ogni punto del cerchio è un presente che torna a farsi tale: ciclico appunto, e dunque in qualche modo infinito o eterno. Ma il centro attorno a cui ruota il cerchio del tempo ciclico – come il mozzo delle ruote di un carro in movimento lungo una strada – viene spostandosi sull’asse irreversibile del tempo lineare: anni, secoli e millenni».


Così scriveva Cirese nell’introduzione ad un volume sui Presepi di Puglia (1997: 9). Così imparai presto a guardare al presepe come ad un artefatto densamente simbolico, a cercarvi il paradigma mitico che nel convertire il caos in cosmos presentifica lo spazio e rigenera la spirale del tempo. Dalla vicenda esemplare del Fanciullo Divino che viene al mondo nell’asperità e nudità della Natura, da quel fondo oscuro e segreto dell’antro che unisce la terra al cielo, tra le fredde e inospitali rocce e il calmo e tiepido respiro dell’asino e del bue, scaturisce non soltanto il calendario dell’umanità ma anche la rifondazione dell’essere oltre il divenire.

Quando la preziosa scatola che custodiva gli amati pastorelli andò dispersa (o rubata) in una fase di ristrutturazione della abitazione paterna, ho continuato a “fare il presepe” con poche simboliche statuine disposte sul fondale di un vecchio libro illustrato che, aperto, dispiega in una prospettiva tridimensionale il paesaggio convenzionale con le figure ritagliate dei protagonisti della Natività. Ho via via acquistato a Caltagirone nuovi pastori da anziani artigiani che replicano su calchi di gesso i personaggi tradizionali. Li accoglie una nicchia della mia libreria, un piccolo spazio sottratto per l’occasione ai volumi e sospeso tra gli angeli e i Magi. Il presepe che ogni anno compongo e ricompongo non è un semplice sopramobile né un’elegante suppellettile. Non un effimero addobbo ma nemmeno un vano feticcio da confondere con gli altri scintillanti oggetti del nostro Natale. È piuttosto la persistenza di una testimonianza, la volontà di una resistenza, l’illusione che nel microcosmo di quella vita rappresentata ci sia un frammento della vita vissuta, e di questa quella costituisca, a livello delle strutture profonde, una forma di riscatto, la trasposizione iconografica della memoria domestica e familiare, un argine alla sua definitiva cancellazione.

Negli anni ho puntualmente rinnovato davanti ai miei figli il gesto di ricomposizione della minuscola sacra rappresentazione, che, sull’esempio dell’apologo di Edoardo De Filippo, è piantata come una bandiera nel cuore della casa, nel mezzo delle quotidiane abitudini, quella “cosa commovente” di cui parla Luca Cupiello, inutile e perciò stesso necessaria, luogo simbolico in cui è possibile dare speranza alla speranza e soluzione alle contraddizioni del nostro tempo. Perché, a pensarci bene, “fare il presepe” ogni anno non è soltanto un rito, intimo e privato. È un po’ come “rifare il mondo” o provare a fare – come ha scritto Vincenzo Consolo (1998: 9) – «la nuda creazione di un ritaglio del mondo».

A queste sommarie esperienze autobiografiche ho ripensato dopo aver letto il volume di Maurizio Bettini, Il presepio (Einaudi 2018), che nel Preambolo spiega le ragioni per le quali ha a lungo allestito il presepe: «Sono quasi certo – scrive – che attraverso il presepio, e attraverso gli occhi di mia figlia che lo guardava, volevo ripetere la mia infanzia e trasferirla nella sua. Credo anzi che questo impulso sia comune a gran parte di coloro che per tutta la vita, quando Natale si avvicina, si ingegnano a rispettare questa tradizione». Ha ragione Bettini, nel cogliere nel senso del tradere implicito nel concetto di tradizione il valore profondo del costume di “fare il presepe”. De te fabula narratur. Nella Natività del Fanciullo Divino rimemoriamo, in verità, la nostra infanzia perduta, ritroviamo il tempo consumato, esorcizziamo la precarietà dell’esistere nell’orizzonte lungo delle generazioni.

Sul presepe, sulla sua storia e suoi significati, molti hanno scritto, contribuendo alla rassegna di un’ampia e approfondita letteratura. Pur tenendone conto, lo studioso del mondo antico, abituato ad esplorare le dinamiche del presente attraverso l’esegesi dei classici, intraprende un originale percorso, conducendoci in una fascinosa rilettura comparata delle Sacre Scritture e dei testi delle religioni precristiane, in una indagine che ha i caratteri di una colloquiale narrazione e di un’attenta ricognizione da investigatore, nello spoglio di interrogativi sulla genesi dei vari elementi costitutivi del presepe. L’autore indaga sulle origini dei luoghi (mangiatoia, grotta, capanna…), dei simboli (la stella, i doni, gli animali soccorrevoli…), degli attori protagonisti di quella che Giorgio Manganelli (1992) definì «una cigolante macchinazione cosmogonica», e nelle parole di Bettini diventa «una finzione fragile, per questo è incantevole».

Pastori di Mario Iudici, Caltagirone

Il lavoro di scavo e di scrutinio delle fonti raduna e incrocia innumeri voci diverse che sillabano da un tempo lontano, un ordito di echi e connessioni, di sedimentazione di sostrati, di intrecci e contaminazioni. Scopriamo che pastori e mangiatoie sono del tutto assenti nel Vangelo di Matteo e appaiono per la prima volta in quello di Luca, dove però mancano i Re Magi. Apprendiamo che il bue e l’asinello entrano nella scena presepiale attraverso il Protovangelo di Giacomo dove, tra l’altro, si legge a proposito della fuga in Egitto: «Quando giunsero a metà strada, Maria disse a Giuseppe: “Calami giù dall’asino, perché quello che è in me ha fretta di venire fuori”».

Nel risalire alla preistoria del presepio (che preferisce per ragioni sentimentali alla dizione ‘presepe’), Bettini porta alla luce tutte le analogie che assimilano la Natività cristiana a quella di molti altri eroi mitici e déi dell’antichità, ne rintraccia gli incunaboli, le ascendenze, gli ibridismi, le corrispondenze. In questa paziente ricostruzione filologica della topografia e della morfologia presepiale emergono i dettagli di «una complessa ma affascinante avventura testuale», «il gioco sottile delle risonanze scritturali, il dotto lavorìo dell’esegesi allegorica», per usare le parole dell’autore, impegnato come un sarto a ricucire gli squarci del tessuto documentale, a mettere insieme come un archeologo i cocci e frammenti delle testimonianze diacroniche, ad assemblare come un detective gli indizi più minuti utili a ricomporre l’articolato puzzle iconografico del presepe. Così la grotta, la culla improvvisata, le fasce, la protezione degli animali, le profezie, le offerte taumaturgiche e l’impiego delle stesse figurine antropomorfe rivelano insospettate parentele con il mondo mesopotamico e con quello greco-romano, mitemi che si alimentano dei racconti esemplari e sostanziano la memoria figurale, la forza della loro significatività culturale. Da Gilgamesh a Zeus, da Ermes a Dioniso, ad Adone, a Mitra e a tante altre entità soprannaturali, sembra si ritrovino come costanti proppiane nelle narrazioni delle loro nascite le stesse unità strutturali, gli stessi snodi simbolici, gli stessi intrami e stami sottesi alla vicenda di Gesù.

Pastori di Enzo Forgia, Caltagirone

Particolare spazio Maurizio Bettini dedica alla natura e alla storia della culla, povera e improvvisata, mangiatoia nella natività cristiana, liknon in quella pagana, un setaccio buono per separare il grano dalla pula. Nel percorso tra le parole e le cose sapientemente tracciato dall’autore, tutti i particolari confluiscono e riconducono ad un eguale contesto d’eccezione: «quello di un bambino la cui nascita segna un trapasso epocale da una fase di dolore, di ingiustizia e di colpa a una in cui si affermeranno progressivamente pace e prosperità, sotto la guida del piccolo diventato adulto». Da qui anche il ruolo degli animali soccorrevoli – bue, asino, lupa, capra, etc – che nei diversi universi culturali assicurano all’infante divino l’alleanza con la natura, «a testimonianza del fatto – scrive Bettini – che la natura stessa, prima ancora degli uomini, ne comprendeva l’importanza e ne favoriva l’ascesa». Anche nelle figure dei Re Magi (il cui numero varia da 3 a 12) è possibile rinvenire antecedenti nei testi di origine orientale che evocano profezie, arti magiche e poteri taumaturgici. Con le ambiguità e le suggestioni delle circostanze divinatorie si mescola la regalità di questi enigmatici personaggi di cui almeno uno è nero, come a voler notificare con la composizione multietnica il cosmopolitismo della venerazione unitamente al primato monoteista della religione cristiana. La loro presenza è sempre associata ad una stella, guida celeste del loro cammino verso Betlemme, segno premonitore dell’evento straordinario, allegoria della luce che nel dies natalis sfida e vince le tenebre.

La cometa attraversa i cieli di tutte le Scritture, già dalla testimonianza di Matteo: «Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”. (…) Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima». Anche nell’occorrenza dell’astro che, in termini attanziali svolge nel racconto evangelico il ruolo di aiutante dei Magi, si leggono le correlazioni simboliche con le culture mesopotamiche, le quali codificavano il culto del fuoco nelle forme e nella luce delle stelle. Antonino Buttitta che ha dedicato a questi temi pagine significative sottolinea come il fuoco sia manifestazione del sacro particolarmente diffusa nella simbologia della cultura religiosa orientale e, lungo un percorso di argomentazioni storiche e antropologiche, lo studioso collega la stella dei Magi con quella che sarebbe sorta da Giacobbe secondo la profezia di Balaam.
«Basti confrontare Malachia (3,20) e Isaia (60,1) con Luca (1,78) e l’Apocalisse (2,28; 22,16) – scrive Buttitta (1996: 109) – per constatare la continuità tra cultura ebraica e neotestamentaria a proposito della stretta connessione tra l’idea di luce astrale e quelle di divinità e regalità».


Dentro questo complesso quadro denso di stratificazioni, di commistioni e di orizzonti incrociati nel tempo e nello spazio si muove con grande disinvoltura Maurizio Bettini che, nell’adottare una chiave di lettura di comparazione e di decostruzione, chiarisce i diversi passaggi e le parafrasi dalle scritture al racconto, dall’allegoria alle immagini materiali, dalla sacra rappresentazione al teatro, e da qui infine al presepe. Da Origene a Virgilio, da Prudenzio a Gregorio di Nissa, da Lattanzio a Gerolamo fino ad arrivare a Tertulliano, passando per Tommaso da Celano che narra dell’esperienza francescana di Greccio, la letteratura cristiana dei commentatori degli Evangeli descrive il lento e graduale processo di volgarizzazione e illustrazione della Natività, la grande opera di traduzione culturale destinata a convertirsi in tradizione popolare.

Presepe di Roberto Vanadia

Se è vero che «l’antropologia è una forma di sapere intrinsecamente comparativo» (Dei 2009: 105), che «la comparazione rappresenta una fondamentale risorsa descrittiva di cui nessuna impresa etnografica sembra poter fare a meno» (ivi: 129), comparare equivale praticamente a tradurre e a rivelare nel confronto la sintassi dell’intero sistema, l’orditura della struttura sottesa.
«La traduzione in senso culturale e antropologico – ha scritto Pietro Clemente (2009: XXVIII) – rimanda alle forme più radicali della sfida ermeneutica, alla scommessa ad alto rischio della alterità, della prossimità nella distanza, del superamento/allargamento/alterazione concreta del dispositivo cognitivo nostro con il quale ci presentiamo nella scena dell’incontro».


A guardar bene tra le pagine di questa acuta indagine sul presepe, la lezione che Bettini ci consegna rinvia proprio ad una riflessione sul comparativismo, proponendosi come interrogativo metodologico che nel «mettere in luce analogie e differenze fra costrutti culturali anche lontani, comparandoli, spesso permette di scorgere quello che altrimenti non si riuscirebbe mai a vedere. E pazienza se a volte la via della comparazione costringe a compiere il giro più lungo, come si dice. Perché spesso il giro più lungo costituisce in realtà il modo migliore per tornare a casa». Nell’individuare i fili che connettono i pastori del presepio alle sigilla in uso nell’antica Roma, ovvero alle statuette di terracotta scambiate nelle pratiche votive in occasione delle feste di dicembre (Sigillaria), nonché alle piccole figure delle divinità domestiche custodite nel Larario, l’autore ne identifica le sorprendenti somiglianze nella materia, nella fattura abbastanza modesta, nella loro serialità, e soprattutto nella loro funzione di testimonianze religiose di venerazione e gratitudine.

Spingendo più in là l’analisi sul potere delle rappresentazioni che restituiscono surrettiziamente la presenza dell’assente, cioè delle divinità che «per quanto invisibili sono pensate come esistenti» – una pratica di presentificazione e di antropomorfizzazione che «da sempre accompagna il cammino della cultura umana» –, lo studioso nelle ultime pagine del volume torna a guardare al presepe per coglierne le peculiarità, le discontinuità, i punti di cesura rispetto al costume dell’età classica. Le statuine che stanno dentro la capanna raccontano una storia, sono parte di «un’offerta narrativa», di «una vicenda che torna a svilupparsi sotto gli occhi di chi fa o osserva il presepio». I pastori, invece, che fanno da corredo alla Natività – l’arrotino, il mugnaio o la lavandaia – rappresentano gli umani coinvolti nel rito, i beneficiari del divino. Attraverso di loro «gli autori del presepio manifestano prima di tutto un patto di fedeltà e memoria con se stessi, come devoti e dedicanti; così come attraverso le statuette che stanno dentro la capannuccia gli stessi danno sostanza al patto di fedeltà e gratitudine con il divino che quella notte è venuto a riscattarli».

Presepe di Roberto Vanadia

Così Maurizio Bettini chiude in senso circolare il suo periplo attorno al presepe, richiamandosi, come nelle prime pagine, alla privata esperienza che ciascuno di noi intrattiene con questo microcosmo carico di simboli e di memorie. Meraviglioso esito di segrete commistioni, di felici contaminazioni e di insospettati ibridismi, vi confluisce un ricchissimo patrimonio di storie cumulative e di culture figurative diverse che nel loro incontrarsi si sono reciprocamente rinnovate e riplasmate. La verità è che dentro quel recinto sacro si ricapitola non soltanto il tempo della nostra infanzia declinato nella sua ciclica ripetizione, ma anche lo spazio che è metafora del paese ideale, paesaggio immaginario, miniaturizzazione di un’utopia. Nella sua definizione da parte di chi fa il presepe Marino Niola identifica il ruolo dell’ecista, del fondatore cioè di città impegnato a creare uno spazio culturalizzato, un perimetro socialmente significante.
«Disegnare e comporre il presepe – scrive l’antropologo – è riscrivere, anno dopo anno, un mito di fondazione di una comunità utopica nel senso letterale del termine, poiché il luogo del presepe non è un’estensione materiale bensì un’architettura dell’istante messianico che riunisce in sé ogni tempo» (Niola 2005: 49).


Ecco perché l’idea del presepe-paese o del paese-presepe, nell’attuale fase di spopolamento e di abbandono dei borghi, sembra sollecitare una nuova attenzione, una più radicata coscienza del luogo, un ripensamento di quella che Sciascia (1980) considerava «una delle espressioni più retoriche e mistificanti (…). Chi la legge o la sente non sa precisamente cosa vuol dire, ma intravede l’idillio, la serenità, la semplicità, la sicurezza dei rapporti umani, la genuinità delle cose oltre che degli uomini, il silenzio». Fuori da ogni romantica e sentimentale nostalgia, il presepe è la materializzazione di un paese “altro”, di un luogo intimo e riparato, di un orizzonte mitico ove si stemperano le asprezze della vita quotidiana. Chi vuole farne un campo di battaglia politica per difendere immaginarie patrie identitarie da presunte minacce alle nostre tradizioni culturali, è bene che sfogli le pagine del libro di Maurizio Bettini che, amante del politeismo, ci insegna che ogni cultura non basta a sé stessa ed è destinata ad estenuarsi e a decadere se non si rinnova nello scambio e nel dialogo. Lasciamo dunque che il presepe resti quella finzione fragile e incantevole in cui possano ancora riconoscersi credenti, atei o indifferenti di tutte le regioni e di tutte le religioni.
Dialoghi Mediterranei, n. 36, marzo 2019

Riferimenti bibliografici
M. Bettini, Il presepio, Einaudi, Torino 2018
A. Buttitta, Dall’Oriente venne una stella, in Id., Dei segni e dei miti, Sellerio, Palermo, 1996: 99-112.
P. Clemente, La comparazione, la guerra, la differenza. Una nota di lettura, in Comparativa/mente, a cura di P. Clemente-C. Grottanelli, Seid, Firenze, 2009: XV-XXXV.
A. M. Cirese, Prefazione. Presepi e memoria, in Presepi di Puglia, Scheiwiller, Milano 1997: 9-13.
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