lunedì 18 gennaio 2016

I toponimi e la memoria dei luoghi. Di tonnare e di altro

di Rosario Lentini
Tiburzio Spannocchi, Disegno acquerellato della linea di costa di Mazara (1577-80)

La memoria dei luoghi è prevalentemente affidata alla ricostruzione storica, alla narrazione scritta o semplicemente orale, tramandata di generazione in generazione, di avvenimenti e personaggi; all’esistenza di antiche preesistenze architettoniche, di scavi archeologici, di ritrovamenti paleontologici, di graffiti alle pareti di grotte un tempo abitate; ma anche al verificarsi di eventi naturali o di mutazioniambientali di cui il soggetto umano è stato solo attore passivo. In ogni caso non sempre è facile risalire alla genesi dei toponimi, cioè al processo “creativo” di denominazione dei luoghi.
«Un luogo di memoria – scrivono Fabietti e Matera – può essere reale, in quanto è effettivamente in quel punto preciso dello spazio che si è prodotto un evento assunto dalla memoria come significativo, quale una battaglia, il martirio di un eroe, un miracolo compiuto da un santo… Ma un luogo di memoria può anche essere il prodotto di una attività immaginativa, una “invenzione” del pensiero collettivo» [1]. Le raccolte cartografiche – in particolare quelle a cura degli architetti militari – dalle antiche fino alle più recenti, mostrano quanto sia labile e volatile la memoria dei luoghi e basti mettere insieme tutte le indicazioni che si possono trarre dai documenti di archivio, dai testi a stampa di storiografi e viaggiatori del passato, per rimanere sorpresi dalla varietà di toponimi accantonati e sepolti dall’uomo, dal tempo o da entrambi.
Voglio qui proporre un esempio concreto, proprio per illustrarne la ricchezza e stratificazione di denominazioni, percorrendo idealmente la linea di costa mazarese, da ovest verso est, fino a Tre Fontane, sconfinando, quindi, in territorio di Campobello. L’esame dei manoscritti e delle tavole acquerellate di due grandi ingegneri militari di età moderna, Tiburzio Spannocchi (datazione attribuita alla sua opera 1577-80) e Camillo Camiliani (fine Cinquecento, primi anni del Seicento), ampiamente noti e studiati e qui di seguito citati per comodità con le iniziali S. e C., rappresentano il punto di partenza quasi obbligato [2].
Il nostro itinerario inizia dal confine occidentale con il territorio di Petrosemolo costituito da Bizanti et la Chenisia (S.) cioè Punta Chinisia (C.) cui si sovrappone posteriormenteTorrazza ossia Torre del Buscione [3]. In verità, della torre in questione, ignorata dalla maggior parte degli autori, non è mai stata rinvenuta traccia fisica, pur se è molto probabile che ve ne fosse una di pertinenza dell’Episcopato. Alcuni autori hanno ritenuto fosse collocata a Capo Feto, assimilando, però, erroneamente questo toponimo con la Chinisia – quasi fosse la variante nominalistica dello stesso luogo – che invece distava, secondo le misurazioni risalenti alla prima metà dell’Ottocento dell’idrografo Francesco Arancio, circa 4 miglia (poco meno di 6 chilometri) da Capo Feto.
Da questo confine della Chinisia in direzione della città e prima di Capo Feto, S. rileva soltanto la Cala di Sei danari; C. aggiunge la Cala della Triglia; Filippo Geraci, nel suo portolano seicentesco, Punta di la Matica [4], il Massa la Spiaggia della Mortella [5] e, infine, Arancio segnala uno Scalo di Vaccarella. Superato Capo Feto, si trovava la Vigna del re, ma non lungo la costa, «lontano di marina un tiro d’archibuso (archibugio)», cioè a un centinaio di metri circa. Gian Giacomo Adria in un suo scritto del 1535 riteneva che si trattasse della vigna di re Ferdinando il Vecchio (?) con annesse grandi scuderie reali, la cui esistenza non è suffragata da altre fonti [6]. Il toponimo da inizio Settecento, negli scritti del Massa e poi del Villabianca [7] diventa Spiaggia della Fontana e della Vigna del re. Superato finalmente il Capo Feto si passa per la Tonnarella – anch’essa rilevata dal Geraci – prima di arrivare al Fiume Mazaro; Stagnone e fiumicello secondo C., noto pure come Fiume Salemi e così lo denominerà l’idrografo militare inglese William Henry Smyth, della Royal Navy, nei primi dell’Ottocento [8].


Camillo Camiliani, Progetto di Torre Cuadara (fine ’500, primi del ’600)


La città di Mazara, il suo castello e relativa cala sono stati oggetto di numerosi rilievi e disegni cartografici da oltre quattro secoli a questa parte, sui quali non occorre soffermarsi in questo contesto; mentre è importante ricordare il toponimo della Falconera, di cui si ha notizia dal Geraci, con antistante secca, «dove vi si possono ormeggiare tre bastimenti grandi latini» [9], a levante della città e prima della chiesa e Costiera di San Vito.
In una carta facente parte della raccolta della Direzione Centrale di Statistica della Sicilia, disegnata e redatta da un anonimo agrimensore mazarese tra gli anni quaranta e cinquanta dell’Ottocento, si leggono altre nuove indicazioni. Sul versante occidentale, quasi al confine con l’attuale Petrosino, scompare Chinisia e, al suo posto, troviamo Zaccanello; a seguire, Punta della Iunca e – prima di Capo Feto – Cozzo di Ponente; prima di Tonnarella altri tre toponimi: Fontana (l’ex Vigna del re), Mezza Praja e Li Due Frati. Nel versante orientale della città, invece, nel tratto che precede la chiesa del Patrono, si registra il Baglio dell’Inglese, cioè dello stabilimento enologico costruito da James Hopps, che a quella data aveva già assunto una rilevanza industriale non indifferente nella provincia, al pari di quelli marsalesi dei connazionali Woodhouse e Ingham; segue la Praja della Bocca e Calapace, dopo la già citata Cala Palumbo [10].

G. Battista Ghisi, Carta della Sicilia, part. (1779)

Alla Punta della chiesa di San Vito il C. attribuiva anche la denominazione li Cassarini (o Casarini), non più richiamata da altri. Il successivo toponimo del Fiume Delia diventa nel tempo: Brizzana (ma anche Brizzano o Verzano), Lia, Rena o Arena e Fiume della Bocca e da questo fino al confine di levante – rappresentato dalla Torre del Saurello, sull’omonima punta e promontorio che segna il limite del territorio mazarese – si registra una singolare proliferazione di nomi. Se S. annota solo Le Caldare (anche Caldara), Cala Frontalta, Cala Grande, Calafetenti (così chiamata per il ristagno delle alghe putrefatte) e Cala de la Zaffarana, il C., in aggiunta, riporta altre sei cale: del Coccio, di Canalperciato e di Malavia (tra le quali si situava la Fonte della Dragonara), del Daino, dell’Alie e del Palombo.
Sconfinando in territorio di Campobello di Mazara, dopo Torre del Saurello, ci si imbatte in Cala di Raisbalata, Cala della Pulce e relativa torre di Torretta Granitola, Punta della Traversa, Punta del Bue Marino, Cala del Corvo detta anche Cala dei Turchi, Capo Granitola, Punta e Cala Secca, Marina e Torre di Tre Fontane. Tanta abbondanza di toponimi si spiega, in primo luogo, con la morfologia più frastagliata di questo versante orientale della costa, caratterizzato, per l’appunto, da numerose piccole insenature prevalentemente rocciose rispetto a quelle sabbiose e più lineari a ovest della città.
Direzione Centrale di Statistica della Sicilia, Pianta di Mazara (databile 1840-1850)

Ma c’è anche un’altra ragione che sottende a tanta dovizia di particolari che scaturiva dalla natura stessa della committenza; l’architetto militare doveva documentare il risultato dei sopralluoghi e delle misurazioni effettuate per motivare la scelta dei siti più idonei a erigere torri di difesa, di osservazione e di corrispondenza con altri punti precisi della costa o delle isole minori. Perciò il repertorio di riferimenti geografici e, in particolare, quello offerto dal Camiliani, era davvero ricchissimo e comprendeva non solo i nomi di città, porti, torri e castelli già esistenti lungo il perimetro dell’Isola, ma punte, promontori, rocche, scogli, cale, canali, fiumi, casali, caricatori, saline, trappeti e, non ultimo, tonnare. Ed è proprio su queste che voglio ora soffermarmi per aggiungere ulteriori informazioni inedite, meritevoli di ricerche documentarie più approfondite. Quando si passa dalla terra al mare, per trattare il tema della pesca e, nel caso specifico, di quella del tonno, ci si può liberare almeno in parte dell’ossessione dei confini territoriali; il tonno certamente li ignora nel suo peregrinare nei mari siciliani e, purtroppo per lui, quando incontra un muro di reti a sbarrare il suo percorso è quasi sempre per proseguire un viaggio che lo porterà nelle camere calate da abili raisi dove sarà mattanzato. I confini marini che per i tonni non esistono, in verità, per i proprietari di tonnare e per i gestori della pesca diventavano spesso materia di liti giudiziarie. Si rivendicava il pieno rispetto della distanza di tre miglia quale limite al di sotto del quale altri proprietari concorrenti non avrebbero potuto calare tonnare il cui sistema e posizionamento di reti poteva intercettare i gruppi di tonni erratici a detrimento della produttività degli impianti già esistenti.
Il mio “sconfinamento” da Mazara verso Campobello è, quindi, inevitabile: da Capo Feto a Tre Fontane si è praticata pesca del tonno con certezza documentaria almeno dal Cinquecento, ma potremmo risalire alle fonti classiche per rinvenire altri riferimenti seppur più generici. Il primo a sottolinearlo è stato Gian Giacomo Adria in un suo scritto del 1535 [11] nel quale definisce la tonnara di Capo Feto come optima. Anche le recenti ricerche di Stefano Fontana segnalano per quel secolo la concessione regia ai Burgio per l’esercizio di una tonnara a Mazara che quasi certamente è la stessa di quella segnalata dall’Adria [12]. Duecentocinquant’anni dopo, il marchese di Villabianca riferisce di una «Tonnarella al presente abolita. Ve ne resta non altro che alcuni rottami di fabbriche delle case e dei cortili che prestavano ai marinari l’abitazione. Pescava ne’ mari del litorale di Mazara donde ella ha il nome di Mazzara, presso la spiaggia detta della Fontana e della Vigna del re» [13]. L’indicazione topografica del Villabianca indurrebbe a ritenere che questa tonnara fosse diversa da quella di Capo Feto ricordata dall’Adria e le distanze calcolate a suo tempo dal Camiliani suffragano questa ipotesi: la Vigna del re distava ¼ di miglio (350 metri circa) da Capo Feto e 3 miglia dal castello di Mazara. Altra conferma si ha dal Massa che nel 1709 così precisava: «Succede la Cala di Capo Feto, o più tosto Porto, perché capace d’un otto Tartane; la Spiaggia della Fontana e la Vigna del Re, luogo così denominato dal cognome di chi l’anni addietro n’era Padrone; indi la Tonnarella di Mazzara, la quale da 25 anni in qua non esiste, e solamente ne restano le vestigie delle case e del cortile» [14].
Torre Sorello al confine con Campobello di Mazara

Se la tonnara di Capo Feto è almeno cinquecentesca, la Tonnarella, attivata forse nel Seicento e cessata negli anni ottanta di quel secolo, è stata quasi certamente di più modesta produttività e dimensione. Come noto, sia a fine Ottocento e fino ai primi del secolo successivo, nei mari di Mazara si praticava la pesca del tonno e, ancora nel 1947, si calavano due tonnare, gestite rispettivamente dagli imprenditori Vaccara e Amodeo [15]. Nel 1907 i due imprenditori Antonino Messina Romano e Bigiano Olinto chiesero la concessione trentennale di una superficie di mare pari a 605 mila metri quadrati antistante alla spiaggia di Capo Feto; era stato osservato dai marinai del luogo «che il passo dei tonni, nei mesi di primavera si verifica abbondante per questo mare, dirigendosi verso levante». Nel 1912, i due soci riuscirono a calare la tonnara ma con scarsi risultati, forse per errore o per i ripetuti sabotaggi ad opera dei non pochi pescatori che temevano un decremento della pesca delle sardelle e delle alici di cui si alimentavano i tonni [16].
Per il tratto di costa orientale in territorio di Campobello di Mazara, Maurice Aymard riferisce dell’attività di due tonnare nel 1639, rispettivamente a Tre Fontane e a Granitola (di nuova fondazione rispetto a T. F.) [17]. Il Geraci a fine Seicento precisava che a Tre Fontane, oltre a una «bonissima torre di guardia», vi fossero «casamenti per servizio della tonnara» [18] e si riscontrano nel corso del tempo ripetute richieste di affitto per calare le reti in quel mare. Il trapanese Matteo Verdirame sin dal 1768 richiedeva al viceré marchese Fogliani «la concessione in pheudum di un luogo di mare chiamato Tre Fontane» per attivare una salina e calare tonnara [19] ma incontrava resistenze da parte dalla regia Corte perché allo stesso tempo pretendeva esenzione da ogni dazio e gabella per i primi dieci anni di esercizio. Tuttavia il re, prima di decidere ultimativamente, voleva comprendere per quali ragioni il segreto (cioè il responsabile doganale e finanziario di Mazara, territorialmente competente) avesse «lasciato in abbandono l’industria della Tonnara» e, allo stesso tempo, quali fossero le credenziali del Verdirame [20]. Acquisite le informazioni positive, il re autorizzò il Fogliani a sciogliere la riserva e a concedere l’autorizzazione a riprendere l’attività della tonnara «giacché ora non se ne ricava niente, se ne fa verun uso» [21]. E a quanto sembra dalla documentazione rinvenuta, non veniva data in gabella (cioè in affitto) dal 1724, quando a gestirla per tre anni era stato don Giuseppe Spada a fronte di un canone annuo di 30 onze [22]. Questo modesto canone è indicativo delle potenzialità del sito produttivo e della quantità di pescato che si prevedeva di poter conseguire.
Va sottolineato, intanto, che Tre Fontane era tonnara cosiddetta “di ritorno”, cioè si faceva mattanza di tonni (Thunnus Thynnus, tonno rosso detto anche pinna blu, Bluefin Tuna) post genetici, dalle carni meno pregiate; il prodotto veniva in minima parte consumato in fresco, ma soprattutto lavorato e posto in barile sotto sale. È presumibile che nel corso di una stagione di pesca (luglio-agosto) settecentesca il risultato complessivo si attestasse su un numero di circa 200-250 animali, oltre naturalmente ad altre varietà di piccoli pesci che venivano catturati e che talvolta assicuravano un’apprezzabile integrazione di guadagni. Tuttavia, già a fine Settecento Tre Fontane sembra essere tornata inattiva, nonostante il Villabianca ancora nella seconda metà di quel secolo vi si riferisca senza però fornire informazioni puntuali: «Tonnara che si ha ne’ mari del litorale della terra di Campobello Napoli, vassallaggio de’ principi di Resuttano, Val di Mazara» [23].
Il sito di Capo Granitola, che pur vantava una genesi seicentesca – come prima ricordato – assurge ad importanza solo nei primi del Novecento allorché il trapanese barone Adragna, comproprietario della tonnara di San Giuliano, ottenne la concessione nel 1908 a poter calare reti e a costruire un idoneo marfaraggio (baglio tonnara, cioè edifici funzionali all’attività) sulla costa [24]. Nell’immediato secondo dopoguerra – come si evince dall’attenta ricostruzione di Gianluca e Marco Serra – sarà poi l’imprenditore trapanese Attilio Amodeo a compiere importanti investimenti per creare un vero e proprio moderno stabilimento industriale di lavorazione e conservazione del tonno sottolio, che mantenne la denominazione di “Tonnara Tre Fontane” già attribuitale dall’Adragna, quasi a evocare la continuità di una storia di pesca con il sito più antico [25].
Delle ultime “calate” di questa tonnara è probabile che qualcuno possa conservare ricordo, considerato che le attività cessarono definitivamente con la stagione di pesca del 1972, andata male come la precedente. Meno probabile, invece, che la maggior parte dei toponimi sopra riportati siano stati utilizzati nella pratica orale quotidiana da parte dei più anziani (cui si potrebbe ancora oggi chiedere), ai quali sarebbe risultato difficile già nel Novecento individuare la dislocazione di Cala del Coccio o di Cala Malavia. Fortunatamente, quando la memoria umana incontra un limite invalicabile, accade di potersi avvalere delle testimonianze documentarie che riportano alla luce non solo toponimi e luoghi di pesca in oblio ma anche episodi sepolti e, come nel caso che segue, anche un singolare evento di “cronaca nera” completamente dimenticato.
Latta di tonno sottolio della ditta Attilio Amodeo e C.
Nel lontano mese di luglio del 1775, durante la stagione di pesca che si svolgeva nel sito di Tre Fontane, ingabellata dal regio demanio al barone Stefano Verdirame (figlio del sopracitato Matteo), «fu ucciso nella spiaggia della Tonnaja di Trefontane territorio di Mazzara, Giuseppe Catanzaro, da Gaspare Robbino» [26]. Non che gli omicidi fossero eventi rari, ma che l’autore del delitto fosse un relegato che dalle prime ricostruzioni sembrava essere stato autorizzato a lasciare l’isola di Favignana per venire a lavorare a Tre Fontane, di certo lascia perplessi. Il trapanese Robbino (altrove Rubbino), infatti, era stato destinato nella maggiore delle Egadi a scontare una pena la cui gravità e durata non conosciamo ma, come la legge consentiva da tempo, (Prammatica del viceré conte di Monteleone del 30 maggio 1524), i carcerati e i confinati, durante la stagione di pesca e, in particolare dal 10 aprile al 20 giugno di ogni anno (periodo definito feriae tonnitiarum), potevano andare a lavorare in tonnara e risiedere all’interno del marfaraggio previa “pleggeria” (cauzione) da parte di un garante, ove richiesto dall’autorità; né si poteva essere arrestati per debiti se ingaggiati per detta attività.
Avuta notizia dell’omicidio e disposto l’arresto, la Gran Corte Criminale diede incarico alla Corte Capitanale di Mazzara di avviare le indagini per comprendere chi avesse autorizzato la partenza da Favignana del Robbino e compilare il processo. Il dubbio non avrebbe dovuto neppure porsi dato che i carcerati e i relegati non erano soggetti a giurisdizione civile, ma al governatore militare dell’isola, presso la quale esistevano ben due forti che ospitavano detenuti: San Giacomo e Santa Caterina. Peraltro, un conto era il permesso per andare a lavorare in tonnara (e a Favignana c’era la più grande e importante di tutto il Mediterraneo), altro era l’autorizzazione a lasciare l’isola per prestare servizio in quella ben più piccola di Tre Fontane, a seguito di una presunta specifica richiesta e versamento cauzionale del barone Verdirame. Dagli approfondimenti e dalle risposte pervenute dai soggetti istituzionali coinvolti emerse una versione ufficiale apparentemente plausibile. Non era vero che il Verdirame avesse versato cauzione per avere al proprio servizio il Robbino, e men che meno il governatore militare ne aveva autorizzato il trasferimento; questi, in realtà, era riuscito a fuggire da Favignana il 2 luglio, approfittando della condizione di semilibertà consentita ai relegati, che potevano muoversi senza molte difficoltà nell’isola.
Tutto chiaro, quindi; non rimaneva che procedere all’arresto e avviare il processo. Ma era davvero tutto così lineare e chiaro? Come mai la fuga non fu scoperta subito, ma addirittura nella «revista de agosto subcesivo»? [27]. Con la complicità di quale padrone di barca poté lasciare Favignana? E perché il trapanese Robbino scelse la tonnara di Tre Fontane? Forse aveva già lavorato in passato al servizio del barone trapanese? Quali le ragioni del delitto? Le carte non dicono altro, ma nella migliore delle ipotesi, la gestione dei relegati aveva mostrato delle pecche notevoli.
Magra e cinica consolazione campanilistica per i mazaresi e i campobellesi del tempo: la vittima, il «miserando Giuseppe Catanzaro», era nativo di Sciacca.
Dialoghi Mediterranei, n.31, maggio 2018

sabato 16 gennaio 2016

Il castello normanno (di Rosario Lentini)

Mazara 1811: quando il castello contava meno del grano

Disegno di Gabriele Merelli, 1677

Il castello medievale di Mazara o meglio ciò che un tempo fu castello, da molti decenni ci si mostra in quell’unico frammento architettonico superstite – un arco a tutto sesto sormontato da un doppio arco ogivale – ormai divenuto icona della città, ben più del suo stemma turrito. Come noto, la costruzione risale al 1075 circa, per volontà di Ruggero I di Altavilla, in posizione soprelevata rispetto all’attuale piano della piazza Mokarta, strategicamente funzionale alla rete di difesa dalle possibili incursioni musulmane lungo la linea di costa meridionale dell’Isola. Ospitò non soltanto il conte Ruggero e l’omonimo re ma anche Federico di Aragona e la regina Eleonora d’Angiò nel 1318 e poi Pietro di Aragona, re Martino e, in ultimo, re Alfonso di Napoli nel 1495. Intorno al 1880, ridotto in condizioni di notevole degrado, fu presa la decisione di demolirlo quasi per intero, per realizzare nello stesso luogo una villa urbana, malgrado – come sottolineava Filippo Napoli [1] – il contrario parere di alcuni archeologi.
A onor del vero, nella seconda metà dell’800, l’orientamento urbanistico di demolire mura per ammodernare le città era molto diffuso in tutto il Paese, da Torino a Palermo, e ad esso si devono gli abbattimenti di cinte murarie per realizzare viali e gli sventramenti dei centri storici per sostituirvi edifici più ariosi. E poiché l’arte del riuso era la norma, le pietre del castello mazarese diruto servirono per il lungomare e per la piazza. Ancora nel 1901, i fogli a stampa dell’opposizione politica locale preannunciavano: «[…] fra pochi giorni anche tu cadrai, o glorioso avanzo di Porta Castello, vetusto documento della dominazione arabo-normanna! E cadrai per l’azione d’un sindaco ostrogoto… Si fa voti all’illustre comm. Patricola, direttore degli scavi e monumenti, perché non permetta che si consumi tale vandalismo» [2].
Ma il degrado era già iniziato molto tempo prima; non a caso, infatti, il 23 dicembre 1793 il comandante della fortificazione mazarese, don Nicolò Velasco, scriveva al ministro della guerra in Napoli, don Salvadore Naselli, per segnalare lo «stato così deplorabile» sia del forte, sia delle vicine abitazioni in cui erano alloggiate le truppe [3]. La sua sorte appariva segnata, nonostante il Canale di Sicilia rimanesse un mare affatto tranquillo; le incursioni piratesche e le catture di bastimenti proseguivano senza sosta e avrebbero meritato un incremento maggiore delle spese per le architetture militari. Tuttavia, il versante tirrenico e quello orientale della Sicilia, almeno fino al 1815, erano considerati anello ancor più debole della catena difensiva, dato che l’espansionismo napoleonico aveva costretto re Ferdinando III a fuggire dalla capitale partenopea occupata dall’esercito francese e a rifugiarsi nel regno di Sicilia. Tra XVIII e XIX secolo, dunque, si riteneva maggiore il pericolo proveniente dalla Penisola italiana e poiché dal 1800 l’Isola di Malta era protettorato della Gran Bretagna, nazione alleata del Borbone, il rischio di uno sbarco di truppe francesi lungo la costa meridionale dell’Isola appariva assai improbabile. FOTO1

Il Castello di Mazara, da F. Negro e C. M. Ventimiglia, Atlante di città e fortezze del Regno di Sicilia, 1640, a cura di Nicolò Aricò, Sicania, Messina 1992

Peraltro, le periodiche richieste alle autorità e istituzioni centrali di interventi restaurativi importanti da attuare non trovavano più adeguato riscontro anche per un altro motivo: Mazara era città demaniale e quindi anch’essa avrebbe dovuto contribuire alle spese e in che misura ce lo ricorda, nel 1811, proprio uno dei suoi governatori, don Michele Burgio Marini: «Il castello di Mazzara necessita di accomodi urgenti. Per l’accomodo di questo castello va tenuta l’Università [cioè la città] in forza di replicati Reali Dispacci. Le muraglie necessitano pure di pronti accomodi» [4]. Tra gli obblighi di bilancio che ripetutamente il re ricordava agli amministratori cittadini vi era quello di destinare annualmente 50 onze solo per il restauro delle mura, importo questo che da tempo non veniva erogato. Inoltre, per il cosiddetto quartiere di Cavalleria, cioè per gli attigui alloggiamenti militari, l’amministrazione comunale aveva imposto apposita gabella sul macino che permetteva di accantonare la non indifferente somma di circa 600 onze l’anno da utilizzare per «riattazione e mantenimento»; poiché però «per tanti anni non si sono erogate, aumenta una somma eccessiva di debito dell’Università».
Don Burgio Marini, consapevole delle difficoltà finanziarie e del fatto che da un’eventuale vendita del quartiere militare si sarebbero ricavate 1.000 onze mentre, di contro, per il restauro ne sarebbero occorse non meno di 4.000, optando per la prima soluzione «propose di serrarsi una strada piena di magazzini che contiene due grandi Conventi in quella lunghezza, che sarebbe necessaria alla quantità delle Truppe, e ciò con poca spesa» [5]. La proposta non sembra abbia ottenuto riscontro positivo, di certo non si concretizzò; eppure, in quel 1811, il problema assumeva una rilevanza tale che, quando in città venne a soggiornare per diversi giorni il funzionario regio don Tommaso de Pasquale, il governatore ritenne di trovarsi al cospetto dell’interlocutore designato a valutare gli interventi necessari.

da F. Negro e C. M. Ventimiglia,Atlante di città e fortezze del Regno di Sicilia, 1640, a cura di Nicolò Aricò, Sicania, Messina 1992
Ma il de Pasquale, che aveva avuto, invece, l’incarico di relazionare sull’andamento della raccolta dei frumenti nel Val di Mazara, preferì mantenere segreta la propria missione e assecondare il convincimento del Burgio Marini il quale: «voleva sapere qual era la mia professione, ed avendo saputo essere architetto, credé che fusse stato commissionato per la fortificazione, cosa che mi fu di sommo piacere per non fare scuoprire la vera e con tale occasione mi fece girare il Castello, quartiere dirotto e le mura che circondano detta Città; nel medesimo giro delle Mura – riferiva ancora il de Pasquale – mi dimostrò la maniera de’ controbandi e come non se li poteva opporre perché gli veniva impedita la sortita in tempo di notte perché le chiavi erano in potere del Senato» [6]. In buona sostanza, dalla “narrazione” del governatore mazarese l’immagine degli amministratori civici e del senato ne usciva a pezzi: non solo erano inadempienti nel finanziare il restauro del castello e delle mura, ma erano persino sospetti di agevolare il contrabbando! La questione cominciava a prendere una piega diversa e di maggior interesse per il funzionario regio, il quale stava compilando un “Notamento de’ Paesi tragittati per la Valle di Mazzara”, cioè una relazione sull’andamento della produzione e del commercio dei grani relativa a 36 comuni, da Godrano ad Agrigento, da Aragona ad Alcamo, da Sambuca a Ribera ecc. e, non a caso, il commento e le informazioni riguardanti Mazara risultavano le più puntuali dell’intero rapporto. Si rileva, intanto, come la resa granaria fosse stata tra le più basse: tre tumoli per ogni tumulo di sementi (a Godrano, per esempio, si erano ottenute rese non inferiori a nove tumoli con punte di sedici) e «solo il Feudo della Piana è giunto fino al sette, e varj Feudi non hanno raggiunto nemmeno la Semenza»; il prezzo corrente si attestava sui 14 tarì e grani 10 il tumulo.
Una pessima annata, quindi, per Mazara, città che anche uno straniero come l’ufficiale della Marina militare britannica William Henry Smyth ben conosceva e riguardo alla quale, in quegli stessi anni, annotava: «si fa grande esportazione di grano, cotone, legumi, vino, frutta, pesce, barilla (termine di origine spagnola per indicare le ceneri di soda vegetale), radici di robbia, olio e sapone, ma durante l’inverno si sente molto la mancanza d’un porto per grandi vascelli» [7]. Quasi certamente allo Smyth queste informazioni vennero fornite dal mercante connazionale Joseph Payne stabilitosi a Mazara sin dalla fine del ‘700 –prima ancora di Matthew Clarkson e di James Hopps – il quale esportava lino, mandorle, olio e vino, nonché il frumento acquistato dal conte di Gazzera [8] e le ceneri di soda da mastro Gaspare Dado [9] e che nel 1819 avrebbe preso in affitto anche un vasto terreno di proprietà della mensa vescovile [10].


Disegno di Gelino, 1802

Tuttavia, per quanto personaggio di spicco, Payne non era il più importante incettatore di frumenti della piazza, mentre il de Pasquale aveva ben rilevato, nel corso della sua indagine, la ristretta cerchia dei maggiori mercanti e produttori: il napoletano don Luigi Cacace che intermediava anche per conto degli inglesi; i mazaresi don Gaetano d’Andrea, il canonico Russo «gran formentario», il gabelloto e negoziante don Antonino Lorrito (Norrito), il padrone di barca Caspro (Gaspare) Baro e, non ultimi, i fratelli Vito e Leonardo Felleccia (Fileccia). I Fileccia e il Norrito in seguito si sarebbero anche associati tra loro come si evince dai Ruoli fondiari degli anni 1824-29 [11]. Secondo il funzionario de Pasquale, i Fileccia corrispondevano con il mercato palermitano grazie ad un loro fratello sacerdote, il beneficiale don Pietro Fileccia. Sono documentati, infatti, ripetuti trasferimenti di somme da Mazara a Palermo sin dal 1803 (da don Vito al citato fratello sacerdote), contabilizzate a debito dei fratelli Woodhouse di Marsala, forse per acquisti sul mercato della capitale siciliana [12]. Si ha notizia per quegli anni anche di un altro reverendo Vito Fileccia mazarese, (probabilmente cugino dell’omonimo produttore-mercante) facente parte della deputazione dei cinque sacerdoti nominati dal vescovo La Torre per preservare il culto della Madonna del Paradiso, le offerte elargite dai fedeli e gli ex voto [13]. «La popolazione patisce, e si lagna – scriveva ancora il funzionario de Pasquale – per esservi molti Negozianti tutt’inclinati a far uscire il formento di controbando nulla curando la sudetta popolazione» [14].

Il castello, primi 900
Niente di nuovo sotto il sole di Mazara. Nel 1785 il sindaco Francesco Sansone Eredia aveva scritto al viceré Caracciolo, in quell’anno anch’esso di scarso raccolto, per segnalare le difficoltà a farsi consegnare «da Massarioti e Borgesi» la quota di frumento prodotta nel territorio (un terzo) «per la necessaria provisione di questo Publico, […] dapoiché per esperienza si è veduto che li Riveli sono stati sempre lesivi a questo Publico, per essersi fatti sempre su d’un piede basso e non dell’effettiva quantità che hanno raccolto» [15]. I produttori, cioè, dichiaravano ufficialmente quantità inferiori di cereali per non essere costretti a versare nei magazzini comunali la quota dovuta nelle annate di carestia ed anzi esportavano di contrabbando il prodotto non rivelato conseguendo più lauti profitti. Secondo il marchese de Gregorio inviato dalla Giunta delle dogane di Sicilia nella primavera del 1803 «per sistemare la Dogana della città di Mazara», le persone del luogo da lui stesso individuate ad assumere gli incarichi erano «adorne d’ogni probità e saggezza» e tra queste vi erano don Vito Fileccia (Regio revisore percontra) e don Antonino Norrito (Fiscale) [16]. Anche in quel tempo poteva accadere che i controllori dovessero controllare se stessi e spesso con risultati ineccepibili, ma nei fatti sul commercio dei cereali si continuava a frodare il fisco e piegare il fabbisogno della città.
Chissà se tra i motivi della mozione degli occhi del ritratto della Madonna del Paradiso, la sera del 3 novembre 1797 – evento miracoloso ripetutosi nel 1807, 1810 e 1811 – non vi fosse anche la commiserazione verso la popolazione affamata dai suoi contrabbandieri!
Dialoghi Mediterranei, n.21, settembre 2016

Note
[1] F. Napoli, Storia della città di Mazara, Mazara del Vallo 1932: 52.
[2] «Gazzettino del Popolo», Mazara del Vallo, 28-10-1901, cfr. A. Cusumano, Da «Il Giardino letterario» ad «Astarotte. La stampa periodica locale», in A. Cusumano – R. Lentini, Mazara 800-900. Ragionamenti intorno all’identità di una città, Sigma, Palermo 2004: 174.
[3] Archivio di Stato di Palermo (Asp), Tribunale del Real Patrimonio. Numerazione provvisoria, reg. 2339, doc. 25, lettera del viceré Caramanico al Tribunale del Real Patrimonio, Palermo, 13 marzo 1794.
[4] Asp, Real Segreteria. Incartamenti, b. 5402, trascrizione della Memoria di don Michele Burgio Marini, databile agosto 1811.
[5] Ibidem.
[6] Ibidem, lettera di don Tommaso de Pasquale al duca di Ascoli, databile agosto 1811.
[7] W. H. Smyth, La Sicilia e le sue Isole, a cura di Salvatore Mazzarella, Giada, Palermo 1989: 26.
[8] Archivio di Stato di Trapani, not. V. Barracco di Mazara del Vallo, reg. 5286, cc. 17r-18r, 29-4-1812.
[9] Ibidem, reg. 5287, cc. 135r-136r, 8-12-13.
[10] Archivio Notarile Mandamentale di Marsala, not. P. Pace di Marsala, reg. non numerato, cc. 445r-459v, 24-8-1819.
[11] Asp, Ruoli fondiari, 1824-1829, busta 29, registro “Mazara”.
[12] Asp, not. F.M. Albertini, reg, 23946, c. 133r, 10-9-1804; c. 445r, 1-10-1804. Si tratta di alcune lettere di cambio emesse a Mazara da Domenico Lombardo «per la valuta avuta in contanti dal sig. Vito Fileccia», regolarmente pagate al rev. Pietro Filecciasulla piazza di Palermo dal trattario banchiere Abraham Gibbs, fiduciario dei Woodhouse.
[13] P. Pisciotta, La Madonna del Paradiso. Due secoli di culto mariano nella città di Mazara del Vallo, Istituto per la storia della Chiesa, Mazara del Vallo 1999: 33.
[14] Asp, Real Segreteria. Incartamenti, lettera di don Tommaso de Pasquale cit.
[15] Asp, Tribunale del Real Patrimonio. Numerazione provvisoria, reg. 218, lettera del sindaco di Mazara al viceré Caracciolo, 6-6-1785.
[16] Asp, Suprema Giunta delle Dogane, busta 8, fasc. 12, lettera del marchese Gregorio al viceré Asmundo Paternò, Trapani, 24-5-1803.

giovedì 26 novembre 2015

Club Service: Rotaract

Il Rotaract è un'associazione promossa dal Rotary International e dedicata a uomini e donne di età compresa tra i 18 e i 30 anni. Ogni Rotaract Club si appoggia alla comunità o ad un'università ed è patrocinato da uno o più Rotary club locali. Il nome di Rotaract, combinazione tra le parole "Rotary" ed "Action", fu scelto in seguito ad un sondaggio tra gli studenti dell'Università di Houston, nel Texas. I Club Rotaract organizzano attività di raccolta fondi con lo scopo di soddisfare le esigenze della comunità locale, attività volte a favorire la comprensione internazionale, riunioni formali, relazioni su temi di pubblico interesse, visite ad aziende, attività culturali, campagne di sensibilizzazione nelle scuole. Tutte le attività Rotaract iniziano a livello locale; ciascun socio impegnato nell'organizzazione di queste attività ha la possibilità di servire la comunità locale. Negli anni ottanta anche nella nostra città un gruppo di giovani organizzò un club locale. Le foto che seguono si riferiscono al Gemellaggio Mazara-Tunisi coronato da una manifestazione datata 28 gennaio - 3 febbraio 1981. Il club gemellato era il Club Rotaract Tunis (Maison de Turisme - 62 Rue D'Iran), rappresentato da Ben Lakhal Mouniva (1S Rue Magon - Notre Dame Tunis). Le manifestazioni si conclusero con una conferenza, nella sede più naturale, ossia nella Aula Magna del Liceo Ginnasio G.G. Adria, che come molti sanno è stato, grazie alla lungimiranza del preside Gianni di Stefano, sede di un Corso di Lingua e Civiltà Islamica "Al imàm al-màzari"


Centro Polivalente
Foto Ricordo


Aula Magna



Felice Di Matteo (presidente del consiglio d'Istituto) - Gianni Di Stefano


Giovanni Tumbiolo, Vita Morsellino (Lettere), Lucio Rizzo, Antonella Misuraca, Graziella Lisma


Felice Di Matteo, ?, Gianni Di Stefano, Graziella Parrinello


Antonella Misuraca


Leonardo Faugiana (Lettere) - Don Pietro Pisciotta (docente di Storia)





Lucio Rizzo, Giovanni Tumbiolo, Graziella Parrinello, Felice Di Matteo, Gianni Di Stefano

domenica 22 novembre 2015

Anno Santo Straordinario

Le foto che seguono documentano la manifestazione del Liceo Classico voluta ed organizzata dal docente di religione don Vito Rallo (presso il Liceo Ginnasio Gian Giacomo Adria dall'ottobre 1983 all'ottobre 1986) in occasione dell'Anno Santo straordinario della Redenzione, voluto da Papa San Giovanni Paolo II per ricordare il 1950° anniversario della Morte e Risurrezione di Cristo. Esso ebbe inizio il 25 marzo 1983 e si concluse il 22 aprile 1984, domenica di Pasqua. Gli alunni presentarono una domanda, firmata da tutti, con la quale chiedevano al preside Gianni Di Stefano la giornata libera per partecipare alla S.Messa pre-pasquale. La celebrazione ebbe luogo il 25 marzo 1984.



Il corteo partito dall'Istituto si reca in chiesa per la messa
Don Vito Rallo coordina il corteo



Vita Morsellino, Ina Castelli Mocata, don Pietro Pisciotta, Gianni Di Stefano, Gancitano, Francesca Gancitano, Marino, Liliana Sciarratta, Indelicato, Leonardo Faugiana, Felice Di Matteo



... verso la Cattedrale

Ingresso in chiesa






Lanza





Maria Elena Quinci

Mons. Costantino Trapani, don Pietro Pisciotta, Anna Maria Macaluso (Lettere)

Don Vito Renda

Gianni Di Stefano (preside)

Vito Ingraldo (Chimica)

Valentina Alestra

Don Pietro Pisciotta, mons. Trapani, Gianni Di Stefano, Vita Morsellino, Gancitano

Ina Mokata (Lettere), Maria Gancitano (Lettere), Liliana Sciarratta (Lettere)


Pipitone e Giorgio Mulè



Felice Di Matteo, Maria Elena Quinci, Maria Lisma



domenica 21 giugno 2015

Torretta Granitola

Granitola è un centro abitato di 131 anime nel territorio del comune di Campobello di Mazara, in provincia di Trapani. È nota anche come Torretta Granitola per via della locale torre costiera, che però (insieme alla Torre Sorello) è sita nella parte più occidentale dell'abitato, ricadente in territorio di Mazara del Vallo. La borgata prese forma nel 1857 di fronte al porticciolo naturale nell'ex feudo Campana, allora proprietà del principe Diego Pignatelli Aragona. Nell'insenatura naturale, dove si può ormeggiare la propria barca, oggi vi è la sede della locale Lega Navale Italiana. Nel periodo estivo è meta di turisti che provengo da tutta la Sicilia occidentale. 

Nei locali dell'ex Tonnara è nato il laboratorio delle biodiversità
 

L’Osservatorio è nato nell’ambito di un accordo di programma quadro con Ispra, Arpa e lo stesso Cnr. La struttura che opera nei laboratori ospitati nell’ex tonnara di Torretta Granitola si occupa di inventariare la biodiversità marina della Sicilia di sviluppare le tecniche di monitoraggio utili alla gestione di specie ed habitat protetti. Questo con l’obiettivo di realizzare una base conoscitiva per consentire alla Regione di adempiere alle attività inerenti la biodiversità e alle raccomandazioni nazionali ed internazionali sulla sua conservazione. Ma l’Osservatorio si occuperà anche di realizzare un sistema informatico che consente di archiviare un insieme di informazioni sulla biodiversità siciliana rendendole disponibili tramite la realizzazione di un portale web.


1965








Alla distanza di circa un chilometro dal centro abitato, su un capo roccioso chiamato Capo Granitola, si erge il faro.

A poca distanza dal faro di Capo Granitola, si erge un grande complesso alberghiero denominato Kartibubbo Village, che permette l'alloggio a circa tremila persone. Il complesso si compone di alcuni corpi di fabbrica adibiti a multiproprietà , e di alcune villette a schiera utilizzate per il periodo estivo. Attualmente l'intera zona è oggetto di attenzione da parte di noti tour operator.
La località prende il nome dalle sue due torri che avevano la funzione di segnalare la presenza di navi sospette mediante segnali di fuoco e di fumi: Torretta-Granitola. La prima torre, detta anche "Torretta di Mazara " venne costruita con pietre tufacee informi e risulta a forma cilindrica, supportata da un basamento a forma di cono. E' pavimentata in cotto, mentre una scala esterna in muratura immette al piano. La seconda, vicinissima al mare, è detta "Sorello", dal nome del promontorio "Saurello" oggi detto Granitola, e tramandata con il nome di "antico faro". E' una costruzione snella, a forma di tronco di cono con la volta a botte anulare.

La tonnara di Torretta-Granitola è stata una delle più floride e importanti del Mediterraneo. Il tonno che veniva pescato era il più grosso perché giungeva alla fine del suo migrare. Il lavoro dei tonnaroti iniziava in aprile quando venivano poste in mare una serie di reti che potevano raggiungere anche i 4 o 5 km a formare la varie camere e, data la loro disposizione, inducevano i tonni ad addentrarsi sempre più nelle maglie interne fino ad arrivare alla cosiddetta "camera della morte". In maggio, dalle tonnare, partivano le barche, una sorta di chiatte, che agli ordini del Rais partecipavano alla mattanza. Questa veniva compiuta accerchiando le reti e tirandone poco a poco sulle barche i lembi esterni finché affioravano i tonni che venivano presi dalle barche con degli arpioni che causavano la perdita del sangue dei pesci. Questo tipo di pesca va scomparendo a causa della diminuzione della popolazione ittica dei tonni a causa dell'inquinamento crescente del mare, ma soprattutto a causa della pesca di tipo industriale che intercetta i banchi di tonni molto prima che questi si avvicinino alle zone costiere.
 
Anni Quaranta, foto ricordo nella tonnara, rais Barracco (credo sia in alto il primo a dx)
I mazaresi che trascorrono le vacanze estive nel piccolo borgo sono numerosi e nel tempo si sono avvicendate tante generazioni, formando una piccola colonia che si trova immancabilmente ogni anno. Le foto che seguono sono di cittadini mazaresi villeggianti (molti hanno comprato o costruito una residenza estiva)
1999
Aldo Marconi (lu capitanu), Nino Gagliano, Girolamo Pipitone (ras del luogo), Mechiorre Gagliano (Nenè)
Tipiche sono le grigliate in piazza di pesce (sarde) e di Carne (salsiccia)
Angelino Misuraca, Aldo Marconi, Giovanni Barracco, Girolamo Pipitone


Gare in piazza Mercato
preparativi per la gara dei Meloni


Una delle tante competizioni: la Gara dei Meloni, vinceva chi ne ingurgitava di più



Giuseppe Gagliano, uno di quelli "competitivi"

Villeggianti
Girolamo pipitone, Giovanni cristaldi, Giuseppe Sinacori ('u furbu)

La banda musicale di Mazara per le vie del borgo
Nenè Gagliano, Girolamo Pipitone, Gaspare Paladino, ?, Salvatore Duccamelia
Il compenso dei musicanti veniva pagato dai alcuni villeggianti. Davanti alle abitazioni di chi non aveva contribuito, la Banda non si fermava


Una delle tante serate dove si organizzava, grazie al Club Nautico, intrattenimento musicale.
Quella sera Nicola Bonsignore, mitica tromba del Complesso Brazil ci ha aliietato
https://youtu.be/yhytq7jeTpA?si=RJ3IY51Ql-QvQXYj


*****.  *****


Ad agosto, uno degli eventi più attesi è il "carnevale estivo". Il 15 agosto si festeggia la ricorrenza cattolica dell'Assunzione di Maria, tramite l'arrivo, in porto, di una statua della Madonna a bordo di una barca.


Anno 2000
Altra manifestazione che riusciva a mietere presenze da tutta la provincia era il Carnevale Estivo, ideato e coordinato da Gianvito Greco


2005
Girolamo Pipitone, Asaro Pipitone

Gruppi in maschera
Girolamo Pipitone (mosignore, ma non troppo), Asaro Pipitone (madre badessa)








17/7/2013 - Programma

Parte oggi il “Carnevale Estivo” a Torretta Granitola

Un carnevale estivo tutto da vivere, quello che dalle 19:00 di questo pomeriggio (sabato 17) si svolgerà a Torretta Granitola. Una manifestazione che da dieci anni, fortemente voluta dal patron GianVito Greco, richiama nella piccola borgata un numero crescente di partecipanti e semplici visitatori.
Un exploit di presenze che ha costretto, organizzatore e collaboratori, all’individuazione di una vasta area privata da adibire a parcheggio, adiacente alla parrocchia della frazione, che consente l’accesso e l’uscita sulla Provinciale 51. Tante le attrazioni della serata.
Oltre ai tradizionali carri allegorici ed i tanti gruppi mascherati, un gran numero di attrazioni nazionali ed internazionali che si esibiranno nelle postazioni situate lungo il percorso della sfilata. La conclusione della manifestazione è prevista alle ore 04 del 18 agosto.

I carri partecipanti:
Dai Caraibi con furore;
Cow Boy;
I robot del futuro;
I Siciliani;
La notte è piccola;
Le megere di Torretta;
Metal Slug;
Tutti al Mare anni 60 (a cura dell’Ass. New Generation – partner dell’evento)
Sogno italiano.

Ospiti del Carnevale:
Gli SHAKALAB – con Il Carnevale del Reggae;
Animazione Otramanera con il maestro Giacomo Matranga e le ballerine di Manuela Di Martino;
Gruppo Dixieland – Banda Jazz;
Corteo Storico “ Fistinu di S. Vitu”;
I Musikè per la balera in Piazza;
"i tammurinari del Belice";
Area Discoteca – Dj Gianluca Castro (Lu Dj) – The Voice: Alex Indelicato;
Vito Pantaleo per i balli di gruppo e “ La Zumba”;
ASD Danza classica e moderna DEA di Rossana De Nunzio;
Le majorettes di Campobello di Mazara;
Carretto Siciliano “Lu strascinu” trainato dal cavallo di razza “romano” – Bianco di Vincenzo Passanante.

Stand enogastronomico di prodotti tipici locali:
specialità: “ pani cunzatu ” – olive e vino. (Il ricavato della vendita dei ticket della degustazione, serviranno a coprire il budget delle spese sostenute per l’organizzazione del Carnevale) a cura dell’Associazione Eva Club.

Si ringrazia per la collaborazione:
Commissione Straordinaria – Comune di Campobello di Mazara;
Ass.ne NEW GENERATION – Campobello di Mazara;
Corpo di Polizia Municipale – Campobello di Mazara;
Comando Stazione Carabinieri – Campobello di Mazara;
Capitaneria di Porto – Mazara del Vallo;
Questura di Trapani;
Ass. di Protezione Civile Campobello Onlus – della Presidente Lucrezia Federico;
Lega Navale Italiana – sezione Torretta Granitola.










25 agosto 2017
Campobello di Mazara: Carnevale estivo con i gruppi “RAGGI di luce” e “Ma che Bur… lesque” 
L’estate continua ad essere “viva” nelle frazioni di Tre Fontane e Torretta Granitola grazie al ricco e variegato palinsesto di appuntamenti promossi dall’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Castiglione con la direzione artistica di Gianvito Greco.
Domani, giovedì 24 agosto, a partire dalle 21, in piazza Mercato, a Torretta Granitola si terrà la “Festa della Birra”organizzata dal bar Ola Ola. La serata prevede la degustazione di diverse qualità di birra e intrattenimento musicale con l’esibizione di dj vocalist.
Nuovo appuntamento eno-gastronomico venerdì 25 agosto, a partire dalle 20.20, nel piazzale antistante la Torre a Tre Fontane, dove sarà riproposto il “Villaggio del Gusto”. Al centro della kermesse, che anche in questa occasione sarà curata dal Bar Genco, questa volta ci saranno i “Sapori della Pasta”. La serata prevede la degustazione di 2 diverse tipologie di pasta, all’Amatriciana e alla Messinese. Il ticket costa 4 euro e comprende anche un bicchiere di vino.
Divertimento e allegria, a partire dalle 22, nell’adiacente piazza Favoroso, dove si terrà la seconda anteprima del Carnevale estivo con i gruppi “Raggi di Luce”, e “Ma che Bur… lesque”, che porteranno in scena rispettivamente una parodia su Beppe Grillo, i grillini e la Raggi conquistatrice di Roma, e un musical sulle sostanziali differenze tra una soubrette e una donna lavoratrice, 2 straordinari spettacoli che hanno riscosso grande successo al Carnevale di Sciacca.
A Torretta Granitola, il 26 agosto, con inizio alle 20.30, si terrà invece una nuova edizione della Sagra di lu Pani cunzatu promossa dalla locale sezione della Lega navale.




Altre manifestazioni